da dove veniamo

Il MITO

I miti,quelli autentici, non sono stati creati dai nostri lontani antenati attraverso una costruzione razionale dell’intelletto, perchè i primati non avevano ancora prodotto il neoencefalo, la neocorteccia. Questa si è sviluppata dopo, nel corso dei millenni della storia filogenetica ed ontogenetica, insieme alle altre funzioni intellettive di cui è, oggi, dotato l’essere umano. Nei primordi la coscienza, comunemente intesa, non esisteva ancora. Il mito, quindi,è semplicemente un vissuto psichico inconscio che è stato proiettato, per mezzo di simboli ed in maniera automatica, nella natura di cui l’uomo primitivo era parte integrante e con cui era un tutt’uno indifferenziato. Pertanto solo l’immedesimarci “in quel vissuto, in quel tempo ed in quello spazio” può darci un barlume di illuminazione. Ogni interpretazione razionale, anche se verosimile, diventa un riadattamento velleitario, di quel mito, al microcosmo storico-politico-religioso e culturale di chi lo interpreta. Il pensiero critico cominciò ad occuparsi della mitologia sin dall’ antichità, allorquando i racconti tradizionali sugli dei non soddisfacevano più le esigenze razionalistiche e morali dei pensatori del tempo. Senofane di Calofane,  – , nel quadro del suo pensiero umanistico, trasferì nell’unità del divino la molteplicità degli dei. Per Teagene da Reggio( 6° sec. A. C ) i miti avevano un significato allegorico e sotto i nomi divini si celavano forze della natura o qualità morali. Con Evemero (4-3°sec a. C)sorse un altro indirizzo detto evemerismo, secondo il quale gli dei non sarebbero che illustri personaggi umani di un illustre passato,ai quali i posteri avrebbero attribuito carattere divino e gesta sovrumane. Per secoli l’erudizione antica seguì queste dottrine allegoristiche ed evemeristiche. La Patristica accettò volentieri l’evemerismo per dimostrare che gli dei pagani non erano dei. Contemporaneamente il cristianesimo sviluppò un’altra interpretazione, secondo la quale le narrazioni mitologiche non erano altro che una falsificazione ed alterazione, spesso di origine diabolica, dell’unica “storia sacra” reale, che era quella contenuta nella Bibbia. Gli studiosi contemporanei sono concordi nel sottolineare il carattere specifico della mitologia che non è una forma rudimentale di scienza , nè una alterazione voluta dalla sapiente opera di sacerdoti, creata allo scopo di rivestire la verità di forme accessibili alla mente del popolo , nè una alterazione involontaria (malattia del linguaggio) di verità ,osservazioni ed esperienze extramitologiche , ma è un prodotto sui generis dello spirito religioso dell’epoca. I miti non si occupano, infatti, di qualsiasi argomento, ma solo di argomenti di vitale importanza per la comunità e non intendono offrire una spiegazione causale dei fenomeni di cui trattano, ma solo legittimarli e sanzionarli, proiettandoli in un tempo che, essendo il tempo di attività di esseri mitici (dei,eroi,antenati), ne fornisca la giustificazione religiosa

e la garanzia di immutabilità.  

Il mito fornisce alle comunità un modello dell’attività umana secondo le linee di condotta, statuite dagli esseri mitici nel tempo delle origini, che insegnano a distinguere il bene dal male e che indicano gli ideali positivi della vita. Raccontare un mito diventa, quindi, una attività religiosa strettamente affine al culto stesso di cui a volte fa parte integrante. Solo in determinate occasioni si possono raccontare i miti sacri, per esempio quando servono a promuovere la fertilità dei campi, la pioggia etc, … esattamente come le pratiche rituali. Durante le cerimonie sacre i miti vengono rappresentati con grande fede ed i partecipanti al rito rivivono le esperienze rappresentate, dimenticando la propria realtà e tornando indietro nel tempo delle origini, “mettendosi nei panni” dei primi uomini. Anche se sostanzialmente tutti i miti sono miti delle”origini”, non tutti hanno valore sacrale, sia perchè il progresso ha fatto perdere loro importanza ( ad es. i miti di una civiltà di cacciatori hanno perso importanza con l’avvento dell’agricoltura e si sono trasformati in fiabe), sia perchè sul modello dei miti veri e propri, spesso la fantasia popolare ha prodotto dei racconti simili, solo apparentemente mitici, ma senza fondamenti sacrali. Secondo gli argomenti di cui trattano i miti vengono di solito distinti in: teogonici, cosmogonici, antropogonici, soteriologici, escatologici.  

Per Platone il mito sta al Logos come l’opinione alla scienza,come l’incertezza del sensibile alla certezza del razionale. Tuttavia – ammette lo stesso Platone – in alcuni casi il Logos non può attingere tutta la verità che,pertanto, può manifestarsi attraverso il mito … e alcuni di questi antichi miti sacri sono vere e proprie rappresentazioni intuitive e visive di ciò che in realtà trascende il potere dell’occhio mortale. Una delle funzioni del mito è quella di trascendere la condizione temporale per risalire alle origini o per anticipare la fine del cosmo. Il primitivo,volendo spiegare un fenomeno della natura, ne avrebbe proiettato i dati in un dramma animato; ad esempio la successione del giorno e della notte veniva significata da un combattimento. Ciò, però, equivale ad attribuire ai primitivi una volontà di spiegazione obiettiva dei fenomeni che sembra assolutamente estranea alla loro mentalità. La coscienza mitica, infatti, è un “unicum” e traduce l’esperienza diretta dell’uomo nel mondo. Essendo partecipazione e implicazione nel processo cosmico, il mito precederebbe ogni dissociazione della coscienza anche se bisogna riconoscere che la coscienza mitica è già in parte uscita dall’indivisione primitiva, perchè infatti l’ elaborazione del mito implica già una coscienza del mondo anche se ancora in armonia con esso. Il primitivo, per il fatto stesso che esprime il suo racconto, anche se non si tratta di espressioni verbali, ma soltanto di segni, raffigurazioni, disegni, abbozzi di situazioni, di pensieri, di paure etc, comincia a vivere il proprio rapporto con il mondo ad una certa distanza, “l’ uomo primitivo è già l’ uomo della scissione”. L’ uomo primitivo scopre l’autonomia del proprio pensiero e del proprio essere; contemporaneamente la natura gli appare come una realtà autonoma. Il mito, da parte sua, conserva sempre questo senso di una tendenza verso l’integrità perduta, come fosse una intenzione restitutiva. Paul Ricoeur afferma che l’uomo del mito è già una coscienza infelice in quanto questo distanziamento riflessivo è una quasi separazione dal mondo. Così, quasi per cercare un rimedio a questa infelicità della coscienza, compare successivamente l’attività simbolica e, quindi, la coscienza simbolica che si colloca a metà strada fra la coscienza mitica e quella riflessiva. Della coscienza mitica conserva il senso dell’unità originaria tra la coscienza e il mondo, ma l’elaborazione simbolica presuppone una certa distanza rispetto alla natura e si è già alla coscienza riflessiva. Il mito si esprime attraverso un racconto, d’altronde è proprio questo il significato della parola miJoV. Esso assicura una continuità temporale e un collegamento analogico della storia umana con la successione di nascita, crescita, morte e i ritmi della vegetazione, delle fasi lunari, il susseguirsi del giorno e della notte etc. Il mito elabora un racconto organico a partire da simboli, i quali, nella loro essenza originaria, non connotano un divenire storico, ma rappresentano una. contemplazione. desiderosa. di sfuggire. al divenire. Creare simboli è una funzione primitiva e fondamentale della coscienza umana. Presso tutti i popoli le relazioni umane primitive descrivono una costellazione simbolica che gravita intorno al padre, alla madre, al figlio; così pure alcune azioni: il vincitore sta in piedi,chi ha paura si rannicchia ecc. Il racconto integra le rappresentazioni simboliche imprimendo loro un movimento drammatico che esse non posseggono. Secondo i luoghi comuni della cultura e della letteratura il mito sarebbe un racconto che svelerebbe dei misteri e darebbe la risposta a molti interrogativi degli uomini; rivelerebbe come sono nati l’universo e l’uomo, come avrebbero avuto origine gli astri, la terra, le piante, gli animali; spiegherebbe come si sarebbero costituite le società civili con l’aiuto degli eroi. Numerosi miti, pur appartenenti a popoli diversi, narrano gli stessi racconti, dando una prova che alcuni sentimenti umani ed alcune immagini simboliche sono universali. In realtà i miti, in primo luogo, sono manifestazioni psichiche … All’uomo primitivo non importa più di tanto conoscere la spiegazione oggettiva dei fenomeni, anzi, per la verità, egli non è ancora nelle condizioni neppure di porselo il problema della spiegazione dei fenomeni naturali perchè ne è parte integrante tramite la sua psiche che vive ogni esperienza sensibile come un accadere psichico. Per il primitivo il vedere sorgere e tramontare il sole è un’osservazione esteriore che costituisce al tempo stesso un “accadimento psichico” e cioè il sole nel suo peregrinare può rappresentare il destino di un dio o di un eroe,ma questo, alla fine, non vive che nell’anima dell’uomo. Tutti i fenomeni naturali mitizzati, come estate, primavera, fasi lunari, stagione delle piogge etc. non sono affatto, quindi, allegorie di quegli avvenimenti oggettivi, ma piuttosto espressioni simboliche dell’anima che diventano accessibili alla coscienza umana per mezzo della proiezione, cioè del riflesso nei fenomeni naturali.

La proiezione è una delle più importanti caratteristiche, così radicata nell’animo dei primitivi che sono occorsi alcuni millenni di civiltà per separarla, sia pure in misura relativa, dall’oggetto esterno. Nel primitivo, funzioni come il pensare, il volere etc. non sono ancora differenziate, ma restano preconsce. Nella mente del primitivo non si pensa coscientemente, ma i pensieri. semplicemente affiorano. Il primitivo non riesce a dire che egli pensa,ma che in lui. si pensa.

Allo stesso modo egli è incapace di un cosciente sforzo di volontà, ma deve porsi o <<venir posto nello stato d’animo volitivo>>; da qui sarebbero nati i riti d’entrata e d’uscita.

La sua coscienza, ancora in fasce, è minacciata da un inconscio ultrapotente da cui sorge la sua paura di influssi magici ed il suo sentirsi circondato da potenze sconosciute alle quali deve, in qualche modo, adattarsi. La sua coscienza vive in perenne stato crepuscolare e spesso è impossibile stabilire se egli ha soltanto sognato un avvenimento o se lo ha realmente vissuto. Non è il mondo esterno che parla dall’inconscio del primitivo, ma è l’ignoto mondo della psiche. Inoltre l’uomo primitivo è di una soggettività impressionante. La sua conoscenza della natura è essenzialmente linguaggio e rivestimento esteriore del suo processo psichico inconscio. Il primitivo non ha inventato i miti, ma li ha semplicemente vissuti. Infatti, originariamente, i miti sono rivelazioni della psiche preconscia, cioè sono involontarie attestazioni di eventi psichici. e quindi sono tutt’altra cosa che allegorie di processi fisici. Oggi sappiamo che le produzioni fantastiche, le visioni, l’attività immaginativa sorgono in uno stato di completo relax, di abbandono dell’attività attentiva e cosciente (dormiveglia,sonno) durante il quale cessa l’inibizione che la coscienza esercita sui contenuti inconsci i quali prorompono, come da porte laterali nascoste, nello spazio di coscienza. Pertanto possiamo dedurre che lo stato mentale degli uomini primitivi fosse caratterizzato da una ridotta intensità di coscienza, da mancanza di concentrazione e di attenzione e da un ancora basso livello di sviluppo intellettivo, anche perché la neocorteccia non esiste ancora … e la coscienza della realtà è simile alla primissima fase della vita umana: lo stadio anaoggettuale dell’infante che ancora vive in uno stato di perfetta simbiosi con la madre, con la quale si crede un tutt’uno!!!

 

!!! Non si tratta più quindi di stabilire se un mito riguardi il sole o la luna, il padre o la madre, il fuoco o l’acqua, ma si tratta principalmente di cercare di circoscrivere e caratterizzare approssimativamente il suo nucleo di significato inconscio. Il senso di tale nucleo di significato non è mai stato cosciente … e,quindi, è stato sempre e sarà sempre soltanto interpretato ! e ogni interpretazione che si avvicina alquanto al senso recondito o al non senso pretenderà per sè una assoluta verità ed un profondo rispetto.  

I contenuti mitici sono di natura archetipica e rappresentano forze vitali psichiche che sono sempre state garanti di protezione e salvezza. La nostra psiche contiene infatti tutte quelle immagini dalle quali sono sorti i miti ed il nostro inconscio è un soggetto attivo e passivo il cui dramma l’uomo primitivo si ritrova per analogia in tutti i processi naturali grandi e piccoli.  

Tutte le dottrine esoteriche cercano di afferrare gli invisibili accadimenti dell’anima e tutte rivendicano la massima autorità, proprio come le religioni. I loro templi e le loro sacre scritture intendono annunciare, in simboli, l’antica dottrina consacrata rendendola accessibile ad ogni animo credente. Tuttavia quanto più bella, imponente e grandiosa è l’immagine elaborata e trasmessa,tanto più essa è lontana dall’esperienza primigenia perché quelle immagini, misteriose e suggestive sono state, nel tempo, levigate dall’uso frequente da parte di masse sempre più vaste di persone tanto che oggi conservano la banale esteriorità di un paradosso quasi privo di senso: il mistero del parto verginale, la consustanzialità del figlio col padre, la trinità. non danno più le ali ad alcuna fantasia e sono divenuti semplici oggetti di fede. Il simbolismo primigenio della rivelazione rappresenta la divinità di cui ha sempre dischiuso all’uomo il presentimento, proteggendolo nel contempo dal contatto diretto con essa                                               (un esempio di tale protezione in loggia è <<il compitare dell’apprendista>>). Queste immagini invece sono state inquadrate dal secolare lavorìo della mente umana in un vasto sistema di pensiero ordinatore del mondo. Pertanto, tuttavia, che parlino del sole identificandolo con il leone, col re, col tesoro custodito dal drago etc. non si tratterà nè dell’una nè dell’altra cosa, bensì di un terzo sconosciuto elemento che, probabilmente, in tutte quelle similitudini può trovare una espressione, ma che, a dispetto dell’intelletto razionale, rimane fatalmente ignoto ed indefinibile. Gli sforzi dell’intelletto scientifico hanno assunto di volta in volta il nome di evemerismo, apologetica cristiana, positivismo, illuminismo etc. , ma dietro tali atteggiamenti si è sempre celata, ogni volta, una nuova e sconcertante versione del mito. che, seguendo un antico modello, si spacciava per la soluzione definitiva, ma in realtà si è sempre trattato soltanto di una ulteriore interpretazione che sembrava più adeguata allo stato di differenziazione culturale raggiunto dalla società in quel preciso momento storico.  

Dal libro Lo Zodiaco esoterico

L’evoluzionismo …

Di fronte allo stupore della contemplazione dell’universo emergono domande che assillano l’uomo fin dall’antichità: Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo. A queste domande la   scienza ha dato una varietà enorme di risposte, cominciando da quelle mitico-religiose dei popoli antichi. Poi Tolomeo, scienziato di Alessandria d’Egitto, vissuto dall’anno 100 al 187 dopo Cristo, costruì un modello che prevedeva la terra al centro del cosmo e i pianeti e il sole a girare attorno ad essa. Questo modello durò per parecchi secoli anche se molte osservazioni non trovavano spiegazioni

 

Nel 1600 Copernico e Galileo dimostrarono che non era il sole a girare attorno alla terra, ma che erano i pianeti che giravano intorno al sole; questi dati erano in contrasto con il testo biblico e la faccenda non andò a finire bene per Galileo, mentre la Chiesa anche in quel caso non fece una bella figura.  

All’inizio del 1900 si scoprì che esistevano degli altri agglomerati di stelle simili alla Via Lattea che si chiamano galassie e che contano dai cento ai duecento miliardi di stelle ciascuna. Si scoprì cosi che il sole con il suo corteo di pianeti si muove a sua volta attorno alla Via Lattea e che, quindi, il centro del cosmo non era più la terra e non era più neppure il sole. Ci sono galassie ancora più lontane che distano da 8 a 10 miliardi di anni luce. Nel 1929 l’astronomo americano Edwin Hubble scoprì che le galassie si stavano allontanando da noi e anche tra di loro con una velocità tanto maggiore quanto più grande è la loro distanza.  

I fisici e gli astrofisici cominciarono a guardare sempre più indietro la storia dell’universo e scoprirono che la nostra storia cominciò circa 14 miliardi di anni fa ,dal Big Bang.  

Quello che è avvenuto nei primissimi istanti di vita ci è oscuro. I primi segnali luminosi ci arrivano,infatti, solo da quando l’universo ha compiuto 300. 000 anni e noi possiamo rifare la storia solo da quel periodo. Ma le scoperte non sono ancora finite perchè la massa che si vede, quella che ha dato origine alle galassie, alle stelle e alle sostanze di cui è fatto anche il nostro corpo e gli oggetti che ci circondano sarebbe solo il 4% della massa totale dell’universo, mentre il 96% è materia sostanzialmente sconosciuta.  

Pertanto è molto difficile fare previsioni per il futuro. Tuttavia questa storia che dura da circa 14 miliardi di anni, tra le altre possibilità, potrà anche avere termine in un gran freddo con l’espansione infinita del kosmo oppure in un gran caldo se ci sarà, invece, una contrazione dell’universo, ma tutto sembrerebbe destinato a sparire. C’e’ poi un’altra domanda che non ha ancora trovato risposta: che rapporto c’è tra la vita e l’universo nel quale noi viviamo?

 

Questa ulteriore domanda non ha trovato risposta perchè la vita come noi la conosciamo ha bisogno di condizioni particolari per realizzarsi. Ad esempio se il nostro pianeta fosse troppo vicino o troppo lontano dal sole, la vita non si sarebbe potutasviluppare perchè nel primo caso il nostro pianeta sarebbe stato troppo caldo e se

fosse stato troppo lontano sarebbe stato troppo freddo.  

Affinchè queste e altre condizioni particolarissime si verificassero è stata necessaria un’evoluzione sia di un certo tipo, avvenuta in certi tempi e con certe modalità. Solo in condizioni specialissime si è potuta formare la vita. E la comunità scientifica si è divisa su due orientamenti diversi:

a) Secondo un primo orientamento l’universo è così perché qualcuno ha voluto che fosse così, affinchè potesse sorgere la vita: questa è la posizione del credente la cui risposta è apparentemente semplice: Dio disse “sia la luce” e la luce fu.  

b) L’altro orientamento afferma che l’universo è così per caso. Per la scienza il nostro universo sarebbe uno degli infiniti universi possibili e nulla vieta di supporre che la rimanente parte dell’universo primordiale abbia subito altri tipi di evoluzione.  

Tra i credenti un grande scienziato, Theilard De Chardin, ha detto che questa evoluzione continuerà verso un punto finale, un punto omega dove tutto raggiungerà la sua pienezza. San Paolo nella lettera ai Romani dice: sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto.  

Gli interrogativi di base intorno ai quali ruota tutta la nostra conoscenza restano ancora senza risposta: Chi siamo? Cosa ci facciamo qui? Perché ci siamo? Da dove veniamo e dove andiamo?

 

… Ci sono miliardi di galassie nell’universo e miliardi di stelle in ciascuna galassia. In paragone alla vastità dello spazio il nostro sistema solare è soltanto un granello di polvere e la Terra è microscopica. I sette otto miliardi di persone sulla Terra si riducono a meno che nulla. Non è solo la nostra piccolezza nello spazio, comunque, a farci sentire insignificanti. Anche la fugacità della nostra esistenza ci fa pensare che la vita sia priva di senso. Tuttavia la nostra mente vuole che abbia un senso.  

Dunque perché siamo qui? …   Se siamo veramente il prodotto di una cieca evoluzione biologica, siamo qui senza motivo, non siamo diretti da nessuna parte e la nostra vita è il frutto del caso per cui non ha alcun senso Checché se ne dica, la teoria dell’evoluzione non spiega l’enorme abisso esistente fra gli uomini e gli animali. Nessun animale si pone queste domande. Gli animali non hanno nozione del tempo, né del presente, né del passato o del futuro. Noi siamo consapevoli dei millenni passati e sappiamo che nel futuro il tempo continuerà a scorrere.  

Pochi accettano il pensiero della totale estinzione. Abbiamo un’anima immortale che continuerà a vivere? Andrà alla beatitudine celeste o ai tormenti dell’inferno o all’oblio della tomba? O forse trasmigrerà reincarnadosi in un altro corpo?

 

Anche se nella vastità dell’universo sembriamo meno che microscopici, anche se nello scorrere infinito del tempo non siamo che un fuggevole istante … tuttavia la nostra posizione sulla terra non ha eguali e si inserisce in un progetto intenzionale che vediamo nel cielo e sulla terra, nelle piante e negli animali, nel nostro stesso corpo e nel nostro meraviglioso cervello. Le informazioni contenute nel DNA rendono senz’altro testimonianza all’opera di un’eccezionale intelligenza.  

Infine …. sono stati scritti milioni e milioni di libri nella storia dell’umanità su questi ormai famosissimi interrogativi per conto di milioni e milioni di uomini i quali si sono posti questi stesse domande nei secoli, ed hanno cercato in un modo o in un altro di dare una risposta, in tutte le lingue parlate del mondo, seguendo tutte le correnti di pensiero, usando tutte le possibili forme di espressione, alla ricerca di una risposta a quelle domande le quali forse la risposta la contengono già e solo in se stesse.  

In realtà la vita sul nostro pianeta risale a più di 3 miliardi di anni fa. I primi organismi viventi si formarono probabilmente nei mari “primordiali”, essendo il suolo ancora inospitale perché, mancando l’atmosfera, i raggi ultravioletti provenienti dal sole raggiungevano il suolo, impedendo la sopravvivenza sulla terraferma anche delle più piccole forme di vita. L’acqua del mare era invece in          grado di assorbire queste radiazioni nocive. Nel corso dei millenni, il nostro pianeta ha subìto sconvolgenti modificazioni ambientali (modificazioni della composizione dell’atmosfera, deriva dei continenti, eruzioni vulcaniche, terremoti, glaciazioni) che hanno consentito lo sviluppo e l’estensione di moltissime specie di organismi viventi, fino ad arrivare alle numerosissime forme di vita attualmente presenti sulla Terra: oltre 3 milioni di specie. La selezione naturale operata dall’ambiente sugli organismi viventi ha determinato progressive modificazioni delle specie nel corso dei millenni, nell’ambito di una evoluzione biologia molto selettiva.  

…Fino all’inizio del 1800, gli scienziati, in accordo con le Sacre Scritture, ritenevano che animali e piante fossero stati creati, come la Terra, per un atto divino e che, dal momento della loro creazione, non avessero subìto alcuna modificazione. Questa teoria, che prende il nome di fissismo, prevede dunque l’immutabilità delle specie, mentre oggi è largamente accettata l’ipotesi che le specie presenti siano il risultato di un lungo processo di evoluzione. Attualmente la più diretta ed accreditata filiazione della teoria di Darwin è la teoria sintetica dell’evoluzione ,   i cui principi costituiscono il fondamento su cui si basa l’ipotesi di una biologia unificata a partire dal 1980.  

Gli aspetti fondamentali della teoria sintetica dell’evoluzione, denominata “seconda rivoluzione darwiniana” sono i seguenti:

1) – Tutti gli organismi discendono sicuramente da un unico capostipite. 2) – Nascono più individui di quanti ne possano sopravvivere. 3) – La variabilità individuale è frutto delle mutazioni che, attraverso ricombinazioni alleliche, interazioni geniche e crossing-over, arricchiscono il campionario dei diversi aspetti che ogni carattere può assumere. 4) – L’evoluzione è un fenomeno di popolazione e non opera su un genotipo ma sull’intero patrimonio genetico (Pool genico)

5) – La selezione naturale preserva le mutazioni vantaggiose, i cui portatori aumenteranno di frequenza da una generazione all’altra, ed elimina più o meno rapidamente quelle svantaggiose. ***Ovviamente gli oppositori hanno evidenziato tutta una serie di problemi cui la teoria sintetica dell’evoluzione non è riuscita a fornire risposte certe. Per questi ricercatori e credenti l’evoluzione è un inganno e, sebbene si nasconda sotto le spoglie della scienza, la teoria dell’evoluzione serve soltanto a sostenere la filosofia materialistica.  

La ragione è che, secondo loro, né le leggi della probabilità, né le leggi della fisica e della chimica offrono alcuna possibilità alla fortuita formazione della vita. E si chiedono con ironia: sembra forse logico o ragionevole che, pur non potendo esistere neppure una singola proteina formata dal caso, milioni di tali proteine si siano combinate insieme al fine di produrre una cellula? e che miliardi di cellule si siano formate e si siano aggregate casualmente per produrre esseri viventi? e che da essi si siano generati i pesci e che questi, passati sulla terra, si siano trasformati in rettili, in uccelli e in tutti i milioni di specie differenti che popolano la terra?

 

Non è mai stata trovata una sola forma transazionale, quale un mezzo-pesce/mezzo-rettile o un mezzo-rettile/mezzo-uccello. I sostenitori della teoria di Darwin non sono mai stati capaci di provare che una proteina o una singola molecola di amminoacido che la compone, possa essersi formata in quelle che essi chiamano condizioni primordiali della terra, neppure nei loro laboratori minuziosamente equipaggiati; e poi. sostengono ancora i credenti, esiste un ostacolo insormontabile all’evoluzione, ostacolo che è rappresentato dall’anima umana. Esiste una grande differenza tra l’uomo e la scimmia, nonostante la rassomiglianza meramente esteriore. Una scimmia è un animale e come tale non è diversa da un cavallo o da un cane qualora si consideri il suo livello di coscienza. L’uomo è consapevole, è un essere dotato di volontà, che può pensare, parlare, capire, decidere, giudicare. Tutte queste caratteristiche sono le funzioni dell’anima che soltanto l’uomo possiede. Questa è la principale differenza che determina un’enorme distanza tra l’uomo e le altre creature e che nessuna somiglianza fisica può superare.  

Quand’anche lo scenario avanzato dagli evoluzionisti fosse realmente esistito e anche se la vita fosse gradualmente avanzata secondo tale successione casuale, ogni stadio progressivo avrebbe potuto essere determinato solo da una volontà cosciente perché non è soltanto improbabile che tale processo sia nato dal caso, ma è impossibile!

Se si dice che una molecola proteica si è formata in primordiali condizioni atmosferiche, si deve ricordare che è già stato dimostrato dalle leggi della probabilità, della fisica e della chimica come ciò non possa essere avvenuto per caso.  

Se si deve accettare che è stata prodotta, allora non resta altra alternativa che ammetterne l’attribuzione alla volontà di un Creatore. La stessa logica si applica all’ipotesi avanzata dagli evoluzionisti. Ad esempio, non c’è alcuna prova paleontologica né giustificazione fisica, chimica, biologica o logica che provi il passaggio dei pesci dall’acqua alla terra e la formazione degli animali terrestri. Ma se qualcuno deve credere che i pesci si sono arrampicati sulla terra e si sono trasformati in rettili, allora deve anche accettare l’esistenza di un Creatore capace di realizzare qualunque Suo volere, pronunciando solo il verbo “FIAT”. Ogni altro tentativo di spiegare tale miracolo è una contraddizione intrinseca e una violazione dei principi della ragione. … un Creatore che ha lasciato libertà sia alle leggi della natura in evoluzione e sia agli stessi esseri viventi. , intesa come realizzazione di caratteristiche insite già sia negli esseri viventi che nelle cose apparentemente inanimate, le quali, quindi, si sarebbero sviluppate e continuano a svilupparsi, tutt’oggi, indipendentemente e a prescindere da qualunque entità soprannaturale, divise per molto tempo la scienza ed i credenti. Tuttavia, oggi, questa contrapposizione frontale e serrata tra creazionisti ed evoluzionisti, sembra essersi diluita nella nuova concezione della creazione intesa teologicamente come volontà e potestà di Dio che, per continuare a mettere in atto la creazione, può servirsi anche del processo di evoluzione insito nelle creature e in tutto il creato e, in modo particolare, basandosi principalmente sulle infinite capacità dell’uomo di incidere e modificare l’habitat. La creazione è intesa come continuamente in atto e si pone al di fuori dello spazio e del tempo. Secondo gli astronomi della Specola Vaticana, all’universo, nell’atto creativo, sarebbe stata trasmessa una delle caratteristiche fondamentali del Creatore: la libertà di evolversi verso gradi sempre maggiori di complessità, verso forme sempre più sofisticate il cui vertice finora è rappresentato dall’uomo che è sempre in cammino verso una sempre maggiore perfettibilità e che, nello spazio del suo piccolo cervello, riesce a contenere l’intero universo. L’evoluzionismo darwiniano di Werner Arber, cioè la posizione ufficiale del presidente della Pontificia Accademia delle Scienze.

 

Il premio Nobel per la Medicina nel 1978, Werner Arber, nonché presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, ha illustrato al Pontefice e ai membri del Sinodo dei vescovi l’evoluzionismo darwiniano, chiarendo che si tratta di fatti scientifici ormai accertati. Era ora!

di Telmo Pievani, Corriere della Sera, 22 ottobre 2012 Il presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, Werner Arber, biologo premio Nobel per la Medicina nel 1978, ha tenuto il 12 ottobre scorso una relazione sui rapporti tra scienza e fede, presentata al Pontefice e ai membri del Sinodo dei vescovi, nella quale ha illustrato con chiarezza le basi della spiegazione evoluzionistica contemporanea. Il testo integrale è disponibile sul sito dell’Accademia (www. casinapioiv. va). Nel contesto di una riflessione «sulle mutue relazioni e compatibilità tra la conoscenza scientifica e i contenuti fondamentali della fede», Arber ha scelto come esempio di acquisizioni scientifiche essenziali l’evoluzione dell’universo e l’evoluzione della vita sulla Terra, in quanto «fatti scientifici stabilmente accertati». Il microbiologo dell’Università di Basilea, succeduto a Nicola Cabibbo alla fine del 2010, ha poi spiegato che le variazioni genetiche spontanee e la selezione naturale costituiscono la forza motrice dell’evoluzione biologica. Arber ha elencato anche i molteplici meccanismi di variazione genetica contingente che alimentano il processo selettivo e che rendono conto dell’accumulo di quei cambiamenti microevolutivi che costituiscono il presupposto per l’evoluzione della biodiversità. In sintesi: l’evoluzione biologica è un fatto e la sua spiegazione è neodarwiniana. Dinanzi a un tale uditorio, sentire che, a fronte di una costante generazione di variazione genetica, «sarà poi la selezione naturale a vagliare e a mantenere quelle rare varianti che procurano un vantaggio funzionale all’organismo» è una novità significativa, una buona premessa per superare fraintendimenti ancora presenti in alcuni settori conservatori del mondo cattolico, che si ritroveranno senz’altro spiazzati da questa presa di posizione autorevole. La svolta è importante per almeno due ragioni. Con la sua relazione il presidente dell’Accademia pontificia smentisce quanto dichiarava il cardinale di Vienna Christoph Schönborn, sul «New York Times» del 7 luglio 2005, a proposito della falsità dell’evoluzione per selezione naturale e della «palmare evidenza di un disegno biologico» riscontrabile dagli scienziati. In secondo luogo, dopo anni di confusioni sull’esistenza di presunte «teorie alternative», quello di Arber è un chiarimento salutare. Pur non volendo essere assimilati al creazionismo americano, persistono infatti ancora oggi movimenti d’opinione che rifiutano per motivi religiosi la validità della spiegazione evoluzionistica corrente (che è saldamente darwiniana nel suo nucleo, pur con tutti i profondi aggiornamenti ben puntualizzati da Arber). Il premio Nobel ha sottolineato che esistono altri modi per cercare una compatibilità tra fede e scienza, nella sfera della ricerca personale di ognuno, senza negare le conoscenze scientifiche acquisite. Con un certo coraggio, ha aggiunto che se Gesù Cristo fosse ancora vivo «sarebbe favorevole all’applicazione di una solida conoscenza scientifica per il bene a lungo termine dell’umanità». In tal senso, «i metodi recentemente adottati nel preparare gli organismi transgenici seguono le leggi naturali dell’evoluzione biologica e non comportano rischi legati alla metodologia dell’ingegneria genetica». Sarà interessante per tutti scoprire quale seguito avranno questi consigli nella comunità alla quale si rivolgono. Forse adesso la serena accettazione dell’evoluzione darwiniana è un po’ più vicina.  

E a seguire vi alleghiamo l’Intervista di Luigi Dell’Aglio al prof. Arber

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Genesi e genetica, l’alleanza è possibile

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«Non abbiamo una solida evidenza scientifica sulla creazione ex nihilo; questa rimane un argomento da studiare con gli strumenti della filosofia. I continui processi dell’evoluzione della Terra e della vita sono ormai eventi scientifici ben stabiliti. E servono come elementi essenziali della creazione permanente». Ecco i passi salienti della relazione su scienza e fede, tenuta l’8 ottobre 2012 davanti al Pontefice e al  Sinodo dei vescovi, dal premio Nobel Werner Arber. Le parole del microbiologo svizzero sono oggetto di attenta riflessione perché un anno fa Benedetto XVI lo ha nominato presidente della Pontificia Accademia delle Scienze. Arber è considerato uno dei padri della «rivoluzione biologica» del XX secolo. È professore emerito al Biozentrum dell’Università di Basilea, e il Nobel per la Medicina l’ha ottenuto – nel 1978 – per aver scoperto gli «enzimi di restrizione», che sono cardini dell’ingegneria genetica. E fra tre mesi circa, il 21 febbraio 2013, saranno celebrati i sessant’anni  dalla scoperta della «doppia elica» (la struttura del Dna). La data diventa un crocevia delle dispute sulla scienza. Nella sua relazione al Sinodo, Arber ha esposto la tesi secondo la quale la teoria neo-darwiniana non è incompatibile con il pensiero della Chiesa e, in particolare, con la creatio in fieri o creazione continua. Il premio Nobel afferma che oggi le scoperte scientifiche aumentano perché in larga misura si basano sull’osservazione della evoluzione in atto. «Anche gli autori dell’Antico Testamento erano consapevoli delle varianti genetiche. I personaggi descritti nella Bibbia non erano affatto dei cloni geneticamente identici ad Adamo ed Eva». Alcuni passaggi dell’evoluzione restano  tuttavia  ancora avvolti in un alone di mistero , tanto che nei dibattiti ci si chiede perché in certi casi «l’evoluzione si nasconda». Ed ecco la spiegazione fornita dal presidente della Pontificia Accademia delle Scienze: «Nel corso degli ultimi decenni, l’investigazione genetica ci ha fatto capire meglio le variazioni spontanee. Esse rappresentano il comando che sospinge l’evoluzione biologica. Oggi sappiamo che la realtà vivente opera attivamente perché l’evoluzione biologica sia un processo molto lento ma certamente saldo. In altre parole, la natura vivente ha il potere intrinseco di evolvere». Sul fronte scientifico c’è chi pensa che scienza e fede siano troppo diverse fra loro per poter dialogare proficuamente anche sull’evoluzione. Ma la stessa Pontificia Accademia delle Scienze che Arber presiede testimonia che il dialogo tra scienza e fede non è una contraddizione in termini. Degli 80 scienziati che ne fanno parte, 44 sono. L’appartenenza all’autorevole consesso degli accademici si basa sull’eccellenza scientifica e sulla libertà di idee. «L’Accademia – dice Arber – segue il processo della conoscenza scientifica e la potenziale applicazione di questa conoscenza; informa la Curia sui vari progressi, e spesso l’informazione è accompagnata da speciali raccomandazioni rivolte alla Chiesa. Tutto ciò conduce sovente al dialogo tra scienza e fede, che noi consideriamo complementari l’una all’altra cioè elementi essenziali dell’umana conoscenza, specie se agiscono insieme». Secondo il professor Arber, è per valide ragioni che scienza e fede sono chiamate a cooperare. Perché non dire che oggi «Gesù sarebbe favorevole all’applicazione della scienza per il bene – a lungo termine – dell’umanità»? D’altro canto, la scienza ha bisogno di sostegno: finora «non ha maturato una nozione precisa dei fondamenti della vita» né ha saputo dare risposte pertinenti agli interrogativi dell’uomo. L’aiuto reciproco può scaturire soltanto da un dialogo franco e non transitorio; un esempio è offerto dallo scambio di conoscenze che avviene nella Pontificia Accademia delle Scienze, senza limitazioni dovute a nazionalità o religione (Werner Arber è protestante). Inoltre l’Accademia vaticana discende da quell’Accademia dei Lincei – la più antica del mondo – che nel 1603 inaugurava la scienza moderna. (Nel 1611 vi era iscritto Galileo). Ma perché sono entrati nella storia della medicina gli «enzimi di restrizione» scoperti dal professor Arber? Fino al 1980, 20 milioni di pazienti diabetici dovevano ricorrere all’insulina estratta da buoi e maiali. Poi, anche grazie a Werner Arber, si è riusciti a far produrre insulina umana dalle cellule di un batterio. I biologi prelevano un frammento di Dna umano che «codifica per l’insulina» (cioè avvia un processo che porta all’insulina). Lo inseriscono in una molecola maneggevole e utilissima, il «plasmide», che va a moltiplicarsi all’interno di un batterio. Sarà questo a fornire insulina umana su scala industriale. Gli enzimi di restrizione permettono di «tagliare» il frammento di Dna nel punto giusto. Sulla base del «taglia e cuci» genetico che Arber ha sperimentato più di 40 anni fa, la biologia molecolare lascia intravedere progressi ma anche rischi. Tuttavia, per il presidente dell’Accademia non c’è motivo per vedere buio il futuro: «Gli standard di valutazione del rischio traggono un enorme vantaggio dall’accresciuta conoscenza dei geni. Se basata scientificamente, un’attenta valutazione delle innovazioni è sufficiente ad evitare i rischi che potrebbero derivare dalle sperimentazioni tecnologiche». A queste condizioni,  Arber alza il disco verde anche agli Ogm.  

E, per maggiore completezza e chiarezza, vi presentiamo la relazione integrale di Arber, presa dal sito web www. casinapioiv. va

 Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze) al e ai membri del Sinodo dei Vescovi, in data 12 ottobre 2012.

      Introduzione La curiosità è una caratteristica fondamentale della mente umana. Da una parte rappresenta la forza motrice della ricerca scientifica che cerca di scoprire le leggi naturali. Dall’altra, la curiosità è anche alla base dell’interesse di ogni essere umano di conoscere le leggi fondamentali della natura che sono essenziali alla sua ricerca di senso e di verità. Mentre la scienza finora non è riuscita a trovare risposte pertinenti a tutti gli interrogativi sollevati, soprattutto a quelli che trascendono la sfera naturale, diverse credenze (comprese quelle che affondano le loro radici nella religione) hanno un loro ruolo nel dare risposte a questi interrogativi sul senso. Esse rappresentano una parte essenziale del sapere orientativo, che funge da fondamento guida per le attività umane. In questo contesto solleviamo qui il problema dei rapporti e delle compatibilità reciproci tra la conoscenza scientifica e i contenuti fondamentali della fede. Nonetheless, the message that an mba, career advancement and children are not mutually exclusive resonates with ideal essay writers review them. Contesto e impatto del sapere orientativo Il sapere orientativo viene costruito e si aggiorna nella mente umana durante il corso dell’intera vita. Comprende elementi già acquisiti nello stadio embrionale e nella prima infanzia. Si arricchisce con l’istruzione e con la personale ricerca della verità. La conoscenza scientifica acquisita viene così affiancata a vari tipi di credenze, compresa la fede religiosa. A questo proposito, possiamo considerare che anche gli agnostici abbiano un credo specifico, vale a dire nella non esistenza di Dio. In molte delle nostre attività quotidiane, e soprattutto quando dobbiamo prendere decisioni importanti, siamo guidati consapevolmente, ma spesso anche inconsapevolmente, dal nostro sapere orientativo. Possiamo considerare il sapere orientativo come un elemento socializzante nella nostra vita. Infatti esso contribuisce a conciliare le nostre attività con la nostra vita di comunità e con l’uso sostenibile del nostro habitat e delle risorse disponibili. Evoluzione cosmica ed evoluzione biologica come fattori che rivelano importanti leggi della natura La Pontificia Accademia delle Scienze tratta spesso delle scoperte scientifiche in continuo aumento riguardo sia all’evoluzione dell’universo che all’evoluzione della vita. Queste si basano in larga misura sull’osservazione dell’evoluzione in fieri. Alcune delle nozioni così acquisite possono permetterci inoltre di estrapolare i processi evolutivi avvenuti in tempi precedenti. Finora però, la scienza non ha ancora una nozione precisa né delle radici dell’evoluzione cosmica (vale a dire come nascono le particelle fondamentali, gli elementi costitutivi della materia?), né dei fondamenti della vita (come si sono combinati tutti gli elementi necessari alla vita?). In altre parole, fino ad ora non abbiamo prove scientifiche solide di una cosiddetta creazione ex-nihilo, che rimane materia da trattare attraverso la filosofia. D’altra parte, i continui processi di evoluzione dell’universo e della vita rappresentano adesso fatti scientifici stabilmente accertati che forniscono elementi essenziali della creazione permanente. Negli ultimi secoli e sempre più negli ultimi decenni, grazie a strategie di ricerca estremamente efficienti, le investigazioni scientifiche hanno rivelato che il nostro universo è uno spazio immenso e comprende, oltre un numero grandissimo di sistemi solari, tuttora misteriosi, anche la cosiddetta materia oscura ed energia oscura,. E tutto questo complesso, del quale il nostro pianeta Terra è un minuscolo componente, si sa che è soggetto a una costante ma continua evoluzione. Sul nostro pianeta l’evoluzione fisica a passi relativamente piccoli, quali lo scivolamento del suolo, può essere notata da un attento osservatore. Oggi riteniamo che la vita possa esistere anche in altri pianeti extraterrestri, ma stiamo ancora aspettando l’evidenza scientifica di questa ipotesi. D’altra parte le scienze della vita hanno acquisito una vasta e solida conoscenza della complessità dei processi vitali, sia rispetto alle attività di un singolo organismo che all’evoluzione biologica in atto a livello di popolazioni. Variazioni genetiche spontanee come forza motrice dell’evoluzione biologica Da circa 60 anni sappiamo che le attività vitali dipendono dalle informazioni genetiche codificate nei lunghissimi filamenti dell’acido nucleico DNA. Le specifiche sequenze lineari di sole quattro particelle elementari (nucleotidi) codificano tutte le attività vitali e il controllo della loro espressione in tempi e siti specifici all’interno degli organismi. Se confrontiamo le sequenze di nucleotidi con la sequenza delle lettere nei nostri scritti, l’informazione genetica di un batterio unicellulare corrisponde al contenuto di un libro. Per fare un esempio, il batterio molto studiato della E. coli, può paragonarsi al contenuto di informazioni della Bibbia. Per contrasto, piante e animali multicellulari hanno un’informazione genetica corrispondente a un’enciclopedia contenente tra i 100 e i 1000 volumi delle dimensioni della Bibbia. Il genoma umano corrisponde circa a 700 di questi volumi. L’informazione genetica diventa ereditaria di generazione in generazione. Solo occasionalmente interviene in questo processo un’alterazione nelle sequenze del nucleotide dei genitori. Alcuni di questi cambiamenti provocano un’alterazione del tratto fenotipo dell’organismo interessato. Si sa che tali alterazioni spesso hanno un impatto negativo sulle attività di vita, piuttosto che offrire un vantaggio funzionale all’organismo interessato. Inoltre una parte considerevole di alterazioni della sequenza che si verificano spontaneamente non hanno alcun effetto immediato sulle funzioni vitali. Secondo la teoria dell’evoluzione biologica fondata sul postulato di Charles Darwin della selezione naturale che agisce come variante fenotipica, la generazione spontanea di varianti genetiche rappresenta la forza motrice dell’evoluzione biologica. Nel corso della ricerca scientifica degli ultimi decenni, è diventato più chiaro che una molteplicità di diversi meccanismi specifici può contribuire alla generazione di nuove varianti genetiche. Questi meccanismi molecolari già noti possono avere il compito di contribuire ad una, o, in alcuni casi, a due strategie mutageniche che avvengono nel mondo vivente. Una di queste strategie naturali di variazione genetica implica un cambiamento di sequenza del nucleotide locale, quale può essere una sostituzione del nucleotide, la delezione di uno o alcuni nucleotidi adiacenti, l’inserzione di uno o più nucleotidi aggiuntivi, o, infine un riordinamento casuale di alcuni nucleotidi adiacenti. Ciò può avvenire durante la replicazione di molecole di DNA o per l’impatto di un agente mutagenico. Una seconda strategia naturale di variazione genetica determina un riarrangiamento del segmento dell’informazione genetica disponibile di un organismo. Ciò può determinare una duplicazione, una traslocazione o una delezione di una parte solitamente piccola dell’informazione genetica dell’organismo interessato. La terza strategia naturale di variazione genetica consiste nell’acquisizione di un segmento relativamente piccolo di informazione genetica da un altro tipo di organismo grazie al cosiddetto trasferimento genico orizzontale. È la selezione naturale che vaglierà e manterrà quelle rare varianti che procureranno all’organismo un vantaggio funzionale. Possiamo inoltre notare che ciascuna delle tre strategie naturali di variazione genetica contribuisce in qualità diversa all’evoluzione biologica. I cambiamenti locali della sequenza del DNA possono contribuire al miglioramento graduale di una particolare funzione. Il riarrangiamento del DNA nei segmenti di informazioni genetiche disponibili può portare a nuove fusioni di settori funzionali o alla fusione di un gene esistente con un elemento alternativo per il controllo dell’espressione del gene. Infine, la strategia dell’acquisizione del DNA viene vista come una partecipazione al successo funzionale di un altro tipo di organismo vivente. Il potenziale naturale di evolvere e il suo impatto sulla biodiversità Nella generazione naturale di varianti genetiche vengono generalmente coinvolti sia prodotti genetici particolari che alcuni elementi non genetici. I prodotti dei cosiddetti geni evolutivi agiscono qui come generatori di variazione e/o modulatori dei tassi di variazione genetica. Gli elementi non genetici possono essere effetti di agenti mutageni chimici o fisici, di incontri casuali e flessibilità strutturali quali le forme isomeriche di molecole biologiche. Si può ritenere che nel lungo processo trascorso dell’evoluzione, i geni dell’evoluzione si siano accordati per esercitare le loro funzioni evolutive, consistenti nella generazione occasionale di nuove varianti genetiche. Questi processi sono per lo più contingenti riguardo al sito dell’alterazione della sequenza del DNA e anche riguardo al tempo della mutagenesi. In natura, i tassi di ogni tipo di variazione genetica vengono mantenuti molto bassi. Ciò garantisce una confortevole stabilità alle informazioni genetiche degli organismi viventi, che è un requisito essenziale per una vita sostenibile nelle popolazioni. Per concludere, il mondo vivente si occupa attivamente dell’evoluzione biologica grazie al suo potenziale naturale di affrontare un’evoluzione biologica. In altre parole, l’evoluzione biologica rappresenta un processo naturale continuo e costante di creatività permanente e graduale. Siamo consapevoli che il potenziale naturale a evolvere rappresenta la sorgente della biodiversità e che l’evoluzione biologica continua garantisce inoltre uno stabile, anche se molto lento, rifornimento di biodiversità. Tuttavia, considerando la generazione in gran parte contingente di varianti genetiche, non ci si può aspettare che la biodiversità perduta possa venir ricostituita esattamente nel progresso evolutivo futuro. Ci si può aspettare piuttosto che la nuova biodiversità sia rappresentata da nuovi tipi di organismi mutanti. Valori culturali della conoscenza scientifica Le intuizioni scientifiche delle leggi e delle costanti della natura rappresentano valori culturali dai seguenti due punti di vista. Da una parte, la conoscenza scientifica acquisita arricchisce la nostra visione del mondo contribuendo così al nostro sapere orientativo. Dall’altra, la conoscenza scientifica può anche aprire nuove strade alle applicazioni tecnologiche, innovazioni che migliorano la nostra vita come pure il nostro ambiente. Poiché tali innovazioni contribuiranno spesso a plasmare il nostro futuro, dovremmo postulare idealmente che ogni decisione al riguardo deve dipendere da una valutazione tecnologica attentamente esercitata e, d’altra parte, che la società civile e la Chiesa siano pronte ad assumersi la corresponsabilità, con gli scienziati e con l’economia, di mettere a punto una nuova concezione del futuro, che comporti benefici per l’umanità e il suo ambiente. Tali misure potranno contribuire a garantire la sostenibilità del processo e quindi lo sviluppo futuro a lungo termine sul nostro pianeta. Il ruolo delle regole di condotta per l’umanità Siamo consapevoli che la nostra vita sociale esige alcune regole vincolanti di condotta che dovrebbero diventare parte integrante del nostro sapere orientativo. Nelle società moderne, la legislazione stabilita politicamente garantisce che regole opportune di condotta vengano ampiamente rispettate. L’accettazione di queste regole può essere facilitata se i loro principi sono radicati anche nella fede religiosa. Nella società cristiana, importanti regole di condotta sono state divulgate da Gesù Cristo attraverso la sua vita e da allora sono state largamente seguite dai cristiani. Tuttavia rappresenta un importante compito per le società di oggi, aggiornare l’insieme di regole stabilite prestando particolare attenzione alla nostra conoscenza scientifica acquisita. In tale contesto, io presumo che se Gesù Cristo vivesse in mezzo a noi oggi, egli sarebbe favorevole all’applicazione di una solida conoscenza scientifica per il bene a lungo termine dell’umanità e del suo ambiente naturale, almeno finché l’applicazione che porta a plasmare il futuro può garantire che le importanti leggi della natura siano pienamente rispettate. Permettetemi di illustrare brevemente questo postulato con un esempio particolare. Grazie ai recenti progressi nel campo della genomica, della protomica e della metabolomica, è diventato possibile orientare l’evoluzione biologica al fine di venire meglio incontro alle nostre esigenze di una alimentazione sana come contributo a importanti miglioramenti in campo medico. La Pontificia Accademia delle Scienze ha dedicato una a questo argomento, con particolare attenzione alle piante transgeniche per la sicurezza alimentare nel contesto dello sviluppo. La nostra Accademia ha concluso che i metodi recentemente adottati nel preparare gli organismi transgenici seguono le leggi naturali di evoluzione biologica e non comportano rischi legati alla metodologia dell’ingegneria genetica. Tali metodi infatti comportano cambiamenti di sequenze locali, un riarrangiamento di segmenti di informazione genetica che è disponibile nell’organismo interessato, e/o il trasferimento orizzontale di un segmento relativamente breve di informazione genetica da un organismo a un’altra specie di organismo. Come abbiamo già sottolineato, queste rappresentano le tre strategie naturali per la generazione spontanea di varianti genetiche nell’evoluzione biologica. Le prospettive benefiche per migliorare i raccolti delle piante alimentari più ampiamente consumate, potrebbero alleviare la denutrizione e la fame che ancora esistono nella popolazione del mondo in via di sviluppo. La compatibilità della conoscenza scientifica e della fede religiosa Per lunghi periodi di tempo, uomini curiosi hanno acquisito la conoscenza scientifica soprattutto osservando con i loro sensi e aiutati dalla riflessione mentale e dal ragionamento logico. Il capitolo della Genesi nel Vecchio Testamento rappresenta per me una testimonianza di una antica visione scientifica del mondo già esistente diverse migliaia di anni fa. Questo capitolo riflette inoltre un’ampia concordanza tra la fede religiosa e la conoscenza scientifica disponibile all’epoca. Esso propone una sequenza logica di avvenimenti in cui la creazione del nostro pianeta Terra potrebbe essere stata seguita dalla costituzione delle condizioni per la vita. Vennero quindi introdotte le piante che hanno fornito, in un secondo momento, il cibo per gli animali prima che venissero infine introdotti gli esseri umani. Lasciando da parte la questione della Rivelazione, questo è chiaramente un racconto logico della possibile origine evoluzionistica delle cose secondo avvenimenti immaginati che avevano portato alla natura osservata dalle antiche popolazioni. Dalla genealogia descritta nell’Antico Testamento, posso anche concludere che i suoi autori erano consapevoli delle varianti fenotipiche (vale a dire genetiche). Le persone descritte avevano le proprie caratteristiche personali, non rappresentavano quindi cloni geneticamente identici ad Adamo ed Eva. In questi racconti, possiamo individuare una buona coerenza tra la fede religiosa delle origini e la conoscenza scientifica degli sviluppi evoluzionistici. Oggi è nostro dovere custodire (e, ove necessario, ristabilire) tale coerenza sulla base della migliorata conoscenza scientifica ora disponibile. Secondo la mia opinione, la conoscenza scientifica e la fede sono, e devono rimanere, elementi complementari del nostro sapere orientativo. ConclusioneSottolineando l’importanza dell’evoluzione della vita e dei suoi habitat ambientali, abbiamo illustrato qui come la conoscenza scientifica possa influenzare, insieme ad altri elementi del nostro sapere orientativo, le attività umane, compresa l’applicazione della conoscenza scientifica a vantaggio del benessere dell’umanità e di un ambiente inalterato idoneo a uno sviluppo sostenibile a lungo termine del nostro pianeta terra e dei suoi abitanti. Gli esempi qui forniti possono essere estesi a qualsiasi altra attività fattibile basata sulla conoscenza scientifica disponibile che possa servire ai fini di uno sviluppo culturale sostenibile. A questo proposito la Pontificia Accademia delle Scienze cerca di assolvere al proprio compito di seguire con occhio critico lo sviluppo delle ricerche scientifiche e i progetti di applicazione della conoscenza acquisita. Essa pubblica periodicamente, sia in formato cartaceo che digitale (sul sito web www. pas. va) i suoi libri per informare il mondo scientifico, la gerarchia della Chiesa e tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà, offrendo importanti suggerimenti a favore di uno sviluppo sicuro, responsabile e sostenibile.

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